
4. IL DIRITTO AL DIALOGO: ad ascoltare e poter prendere la parola, interloquire e dialogare
“Dobbiamo constatare sempre di più la triste realtà di un sistema di comunicazione e di informazione “unidirezionale”. Siamo spettatori passivi dei tanti mass media: soprattutto la televisione. In quasi tutte le case si mangia, si gioca, si lavora, si accolgono gli amici “a televisione accesa”. E la televisione trasmette modelli culturali, ma soprattutto plasma il consumatore passivo. Con la televisione non si prende certo la parola. Cosa diversa è il raccontare fiabe, narrare leggende, vicende e storie, fare uno spettacolo di burattini. In questi casi anche lo spettatore-ascoltatore può prendere la parola, interloquire, dialogare.” (Gianfranco Zavalloni, 2003)
Le parole di Zavalloni sono di qualche anno fa, la televisione, forse, non la fa più da padrona nelle case, ma sicuramente gran parte del tempo dei bambini è assorbito da altri device, come tablet, computer, smartphone. Apparentemente sono media che permettono una maggiore interazione rispetto alla TV, ma possiamo affermare che favoriscono spazi di dialogo? Interagire con un device è assimilabile all’interazione con le persone? È possibile un dialogo attraverso i device? Zavalloni pone l’accento su alcune parole chiave che ci servono anche oggi per osservare la condizione di vita dei bambini: consumatore passivo, prendere la parola, interloquire, dialogare.

La sua riflessione nasce dalla constatazione della pervasività di un sistema di comunicazione e di informazione unidirezionale, come può essere quello televisivo, ma, a pensarci bene, come spesso è il modo in cui gli adulti parlano con i bambini e i ragazzi nei vari ambienti di vita. La lezione frontale, l’aspettativa che i bambini siano “ubbidienti per natura”, il tipo di richieste che pongono i bambini quasi sempre nella posizione di esecutori passivi…Certo, non è affatto facile intessere un dialogo con i bambini che preveda la loro partecipazione attiva, il confronto con il loro sentire, i loro desideri, le loro opinioni e i loro bisogni. Non è facile perché richiede cura e dedizione. Qui si tratta di mettersi in gioco tutti come interlocutori, di dire la nostra, non rinunciando al proprio ruolo educativo, ma guardando al bambino come persona, ricca e complessa tanto quanto noi adulti, con una propria individualità che ha bisogno di emergere e delinearsi, con emozioni e desideri propri, che ha anche bisogno di essere guidato. Guidato e non condotto, accompagnato e non trascinato. I bambini hanno diritto a partecipare attivamente alle esperienze in cui sono coinvolti, a dire la loro opinione e ad avere le parole per esprimere al meglio le proprie emozioni, per elaborare attivamente ciò che stanno vivendo. Questo vale a casa, nella partecipazione alla vita famigliare, così come vale a scuola. Non stiamo dicendo che i bambini debbano decidere tutto o debbano dire la loro su tutto, ma dobbiamo attuare in ogni ambito il principio secondo il quale i bambini hanno diritto ad essere protagonisti della propria vita, a partecipare.
Non solo quello di potersi esprimere ed essere ascoltati è un diritto delle bambine e dei bambini, e solo dando loro parola possiamo accompagnarli al meglio nella loro crescita, è importante anche dire che la visione del mondo dei bambini può diventare un contributo essenziale per gli adulti e per tutta la collettività. Ce lo dice bene Francesco Tonucci: “ci servono le idee vere dei bambini, il loro punto di vista, il mondo come lo vedono loro. E servono proprio perché sono diverse da quelle degli adulti, perché rivelano aspetti trascurati dagli adulti o che gli adulti hanno dimenticato”.
Gli adulti hanno la responsabilità e il privilegio di ascoltare le emozioni, i desideri, le opinioni e le idee delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi.
La libera espressione e la partecipazione delle bambine e dei bambini, sebbene siano sancite anche dalla Dichiarazione dei diritti dei fanciulli, non solo spesso vengono disattese, ma molte volte vengono anche travisate o depauperate. Chiedere semplicemente ad un bambino “cosa ne pensi?” non sempre tutela il suo diritto di espressione e di opinione: le risposte saranno per lo più sbrigative o superficiali se la domanda non cattura l’interesse del bambino in quel momento, oppure in linea con ciò che il bambino crede siano le aspettative degli adulti e le opinioni diffuse, o addirittura l’adulto “imboccherà” il bambino suggerendogli o facendogli intuire cosa è meglio dire.
Insomma, un conto è dare la parola ai bambini, un conto è farli parlare davvero e, soprattutto, ascoltarli sospendendo il giudizio e le aspettative. Per fare emergere “le altre idee, quelle vere dei bambini, il loro punto di vista, il mondo come lo vedono loro” (Francesco Tonucci) ci vogliono attenzione, delicatezza, rispetto, stima per i bambini, desiderio sincero di imparare e farsi stupire ascoltando il loro punto di vista.

Questo articolo è rivolto a tutti gli adulti, genitori, educatori, insegnanti, nonni, che vogliono ascoltare le opinioni dei bambini e vogliono aiutarli a fare emergere la loro visione delle cose. Si tratta di diventare “facilitatori” della libera espressione dei bambini, sia presi singolarmente che in gruppo, in modo tale che possano partecipare attivamente alla propria vita, alla vita famigliare e scolastica e anche alla vita sociale più allargata.
Quali sono, dunque, le caratteristiche del “facilitatore”?
Ci facciamo aiutare a delinearle da Francesco Tonucci con il suo progetto La città dei bambini all’interno del quale ha sviluppato la sua esperienza pluriennale di gestione dei Consigli dei bambini che collaborano con i sindaci di città italiane e straniere. Le sue riflessioni riguardano la partecipazione dei bambini al governo della città, ma sono facilmente applicabili anche alla vita famigliare e scolastica:
DOVE STANNO LE IDEE DEI BAMBINI (di Francesco Tonucci)
Nel loro rapporto con gli adulti, sia che si tratti dei genitori, sia che si tratti degli insegnanti, i bambini sanno che i grandi si aspettano da loro che dimostrino di “essere cresciuti”, di “aver imparato”. E cosa significa crescere ed imparare? Significa abbandonare progressivamente i modi di fare, di essere e di pensare da bambini e assumere quelli degli adulti. Quando un adulto interroga o chiede qualcosa, il bambino sa che farà bella figura se gli risponderà quello che l’adulto gli ha insegnato o quello che l’adulto pensa. Questo è assolutamente comprensibile e giusto, il problema semmai è che troppo spesso tutto il rapporto fra adulti e bambini si risolve in questa modalità e allora i pensieri e le idee infantili vengono abbandonate, considerate inutili se non pericolose (a partire dai bambini stessi). (…)
Ma ritornando al sindaco e alla sua richiesta di aiuto ai bambini, se i bambini gli dicono quello che ascoltano dalla televisione, dai loro genitori o dai loro insegnanti, non saranno di nessuna utilità, perché il sindaco quelle cose le conosce fin troppo bene, perché sono quelle che gli chiedono tutti i cittadini e in fondo sono quelle che pensa probabilmente anche lui. Quelle che servono al sindaco sono le altre idee, quelle vere dei bambini, il loro punto di vista, il mondo come lo vedono loro. E servono proprio perché sono diverse da quelle degli adulti, perché rivelano aspetti trascurati dagli adulti o che gli adulti hanno dimenticato. Quando un bambino dice una cosa strana, una “stupidaggine” quasi certamente c’è qualcosa di utile, di buono, da approfondire con il contributo di tutti. Ho detto un bambino, perché le idee sono individuali e se adottiamo atteggiamenti “democraticistici” facendo votare i bambini sulle singole proposte otterremo sempre vincenti le proposte più conservative e “adultistiche”. Il buon animatore è quello che sa notare le parole “buone”, di solito nascoste sotto un fitto strato di parole legate agli insegnamenti dei genitori, degli insegnanti, della televisione, sa riproporle al gruppo e approfondirle insieme. Un trucco efficace per riconoscere le proposte utili è la sorpresa: le parole che ci sorprendono, che non sono associabili al pensiero adulto, alle cose che noi pensiamo e proponiamo, sono probabilmente quelle che meritano attenzione. Se l’ascolto è stato attento e la scelta giusta, gli altri bambini riconosceranno quelle parole e allora nasceranno proposte infantili, condivise, innovative e contundenti. E i bambini cominceranno a pensare: “Ma allora è facile, basta dire quello che pensiamo noi, non serve aver capito, aver studiato o ricordare”.
(…) dobbiamo smettere di difendere e proteggere i bambini. Dobbiamo avere il coraggio di armarli, di consegnare loro l’arma della parola, della protesta, della proposta e accettare di ascoltarli e di tener conto del loro pensiero. Accettare il conflitto che i bambini suscitano nei confronti di noi adulti sarà fertile per una prospettiva di sviluppo sostenibile delle nostre città, per inserire una speranza di felicità nei programmi di governo. Un’ultima riflessione. Anche dopo aver riconosciuto il diritto dei bambini a partecipare al governo della città possiamo assumere due diversi atteggiamenti. Possiamo considerare i bambini come una minoranza politica che ogni tanto va accontentata perché non crei eccessivi conflitti. In questo caso aderiremo alle loro richieste cercando di pagare il prezzo minore possibile. Questo ci permetterà di dire a loro e ai cittadini adulti che abbiamo ascoltato i bambini e abbiamo accettato le loro indicazioni. Ne avremo benefici morali e politici perché i bambini saranno soddisfatti (non sono abituati ad essere ascoltati sul serio) e i loro genitori approveranno un amministratore così sensibile. Ma la città cambierà poco o niente. Possiamo invece considerare i bambini e le loro idee degli strumenti straordinari di cambiamento e allora approfitteremo dei loro suggerimenti per portarli fino ai loro significati più radicali e compromettenti. Li metteremo di fronte ai cittadini come un invito forte verso il cambiamento. In questo caso i bambini saranno veramente consulenti del sindaco e strumenti preziosi per una nuova filosofia di governo delle città.
MODALITÀ E TECNICHE
Si possono indicare alcune modalità di lavoro e alcune tecniche variamente sperimentate in questi anni nelle esperienze delle città, anche se è importante dire che le tecniche di conduzione di un Consiglio dei bambini non sono state mai codificate e validate.
Il gioco e le attività espressive: L’inserimento di giochi appositamente studiati, per esempio i giochi di ruolo, le simulazioni, o la proposta di attività espressive come il disegno, il fumetto, il teatro, possono creare una condizione di partenza utile per affrontare un nuovo tema o per definire le richieste da presentare al sindaco su un argomento affrontato. Queste attività hanno il pregio di favorire la partecipazione emotiva dei bambini e quindi di abbassare il livello difensivo della “risposta giusta, saggia e matura”.
La partecipazione: È importante che ogni bambino partecipi ai lavori con le proprie idee e opinioni. In un organismo come il Consiglio la parola non è un “diritto” ma un “dovere”. I consiglieri dovrebbero arrivare a considerare la possibilità di parlare come un privilegio, quindi dovrebbero imparare ad intervenire a turno, uno dopo l’altro e non per alzata di mano. L’altra idea fondamentale che dovrebbe passare è che non ci sono mai risposte esatte e che quindi vale sempre la pena aggiungere una parola, una idea a quelle degli altri che sono intervenuti prima.
Tecniche di partecipazione. Durante le sessioni del Consiglio bisogna utilizzare proposte che permettano il massimo contributo e la più larga partecipazione, senza ripetere stereotipi scolastici che potrebbero diminuire l’interesse dei bambini. La tecnica più utilizzata sarà quella della discussione anche se spesso non permette la reale partecipazione di tutti, perché non si può obbligare a parlare chi non lo desidera e chi dichiara di essere d’accordo con chi ha parlato prima di lui. Lo strumento che garantisce di avere l’opinione di tutti è la scrittura. Bisogna evitare però che i bambini sentano questa richiesta come una proposta scolastica. Un modo efficace è quello dei foglietti adesivi di cui si accennava sopra. La piccola dimensione dei foglietti suggerisce di scrivere una sola frase o anche una sola parola; i foglietti compilati potranno essere attaccati ad una superficie creando raggruppamenti tematici e modificandoli. I raggruppamenti potranno diventare frasi e capitoli di un testo, di una lettera, di un manifesto. Durante la discussione, oltre ad avere un animatore verbalizzante (è molto importante raccogliere fedelmente i contributi dei bambini), sarà bene che l’animatore del gruppo appunti le proposte significative dei bambini su un foglio (sono funzionali le lavagne a fogli mobili) che rimarrà per guidare la discussione e poi come memoria dell’attività. Una tecnica particolarmente interessante ed efficace per la preparazione dei documenti del Consiglio (per esempio le lettere al sindaco) è il testo collettivo. Sull’argomento trattato e sul quale la discussione è già arrivata a conclusioni condivise si chiede ai bambini di scrivere ciascuno una frase da inviare al destinatario del documento. Le frasi si sistemano secondo un ordine logico componendo la lettera che potrà essere ancora discussa e infine approvata.
Il lavoro di gruppo: è importante organizzare il lavoro dei bambini in almeno due livelli: uno collettivo e uno in gruppi di lavoro. È possibile che il livello collettivo riguardi due fasi della riunione, la fase iniziale e quella finale. I bambini iniziano la riunione del consiglio tutti insieme: durante questa fase collettiva si raccolgono le richieste e le proposte che i bambini hanno prodotto personalmente e all’interno delle rispettive scuole. Il lavoro successivo riguarda il modo in cui articolare e organizzare tale richieste e proposte. A questo punto si procede con il lavoro in piccoli gruppi, ogni gruppo ha un compito da svolgere, nel senso che tutti hanno lo stesso obiettivo di lavoro ma ogni gruppo ne sviluppa e ne approfondisce una parte. Il lavoro di gruppo si può svolgere alla presenza di un operatore adulto o anche in sua assenza. Abbiamo sperimentato con successo il lavoro di gruppo senza la presenza di adulti: chiariti gli obiettivi il gruppo ha lavorato organizzandosi in maniera autonoma. Questa modalità piace ai bambini e ha una buona efficacia. Alla fine del lavoro di gruppo ci si ritrova in seduta plenaria. Un bambino di ogni gruppo riferisce al Consiglio e si giunge alle conclusioni. Se il Consiglio è formato da una ventina di bambini può anche lavorare in seduta comune, dividendosi in piccoli gruppi solo per la elaborazione di documenti o l’approfondimento di specifici temi
Le parole di Francesco Tonucci ci aiutano a riflettere sugli atteggiamenti del facilitatore che vuole sostenere e far sbocciare la libertà di espressione e di opinione di bambine e bambini:
- Ascolta attentamente
- Desidera imparare e farsi stupire dalle idee dei bambini
- Stima i bambini
- Approfondisce le intuizioni dei bambini
- Coinvolge il gruppo rilanciando riflessioni
- Valorizza il contributo personale di ciascuno
- Sa notare e scegliere le parole “buone”
- Permette ai bambini di usare la parola e anche la protesta
- Accetta il conflitto
- Tiene conto del contributo dei bambini in modo fattivo nelle scelte concrete (non le lascia cadere solo come “belle parole” senza riscontro sulla realtà)
- Considerare i bambini e le loro idee degli strumenti straordinari di cambiamento
- Cura la partecipazione emotiva-affettiva dei bambini
- Attende pazientemente i tempi dei bambini senza forzarli
- Comunica e ascolta anche attraverso il gioco, che è il mezzo di comunicazione e di espressione privilegiato dai bambini
- Stimola la scrittura di testi collettivi
- Ha cura della partecipazione e dell’espressione di ciascuno
Stimola la discussione
- Non discrimina le risposte in giuste e sbagliate
- Riconosce ai bambini un ruolo protagonista, competente, autonomo
- Suggerisce elementi di conflitto utili
- Cerca di evitare che l’espressione personale si riduca e si svilisca nella mera ripetizione di stereotipi
Il facilitatore, che sia insegnante o genitore, non è un riferimento autoritario ricco di soluzioni, ma diviene ispiratore di domande ed esploratore curioso e appassionato delle risposte. Il facilitatore è colui che, come dice Howard Gardner, pone domande generative. Ed è anche, come afferma Edgar Morin, una presenza fisica amorevole, reattiva, nel senso che ascolta, accoglie e reagisce appassionatamente alle proposte e all’immaginario dei bambini.
Dunque la prima caratteristica del facilitatore è l’ascolto.
Ascolto anzitutto come metafora della disponibilità, della sensibilità ad ascoltare e ad essere ascoltati.
Ascolto non solo con l’udito ma con tutti i sensi, con la vista, il tatto, il gusto, l’odorato, ascolto dei cento, mille linguaggi, simboli, codici con cui ci esprimiamo e comunichiamo, con cui la vita si esprime e comunica a chi la sa ascoltare.
Ascolto come accoglienza delle differenze, del valore del punto di vista, delle interpretazioni dell’altro.
Ascolto come attesa.
Ascolto come capacità di rispettare l’altro, di farlo uscire dall’anonimato, di dargli visibilità, arricchendo chi
ascolta e chi produce il messaggio.
Ascolto come premessa ad ogni rapporto di insegnamento che si basa sull’apprendimento.
Ascolto come capacità di costruire un contesto dove si apprende ad ascoltare, dove il soggetto si sente legittimato a raccontare, rappresentare le sue teorie, narrare le sue rappresentazioni su determinate questioni. Dove si sente accolto (Carla Rinaldi)

Come in ogni appuntamento della rubrica “I diritti naturali dei bambini”, ci lasciamo con alcune domande che ci aiutano a riflettere sul nostro ruolo di facilitatori del dialogo con i bambini:
A scuola i bambini sono interlocutori attivi o subiscono la lezione? A casa sono interlocutori attivi alla pari degli adulti o esecutori? Gli adulti sono ascoltatori attivi dei bambini? L’opinione dei bambini, le loro riflessioni, desideri, emozioni, vengono prese sul serio, prese in considerazione e ascoltate? Si dedica tempo al dialogo con i bambini?
Per approfondire:
Freire P., Gadotti M. e Guimaraes S., Pedagogia: dialogo e conflitto, SEI, 1995Tonucci F., Le bambine e i bambini pensano in un altro modo, Zeroseiup, 2020